All’articolo sull’omosessualità…

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Mentre ero sotto la doccia, sono venute – come sempre – le considerazioni. Forse perché erano mature.
Sono nato negli anni ’50 del secolo scorso. Allora la società italiana si era liberata del fascismo da qualche anno, però non ancora della sua retorica.
C’era la Repubblica, la cui Costituzione affermava che tutti gli uomini sono uguali; ma molte delle regole del passato regime ancora sopravvivevano, e ci sono voluti decenni perché si pensasse di abbandonarle: tra queste una era l’omosessualità, che ai tempi del ventennio era punibile fino al confino dell’individuo.
Così sono cresciuto in una società in cui l’omosessuale era motivo di grande diffidenza e scherno, come ci dicono gli appellativi dialettali ma anche quelli del linguaggio normale: invertito, pervertito, scherzo di natura… insomma nessuno rispettoso del riconoscimento che è un individuo facente parte della società, e che ha diritto a tutta la considerazione umana se non commette reati o crimini contro l’umanità.
Per millenni, il “reato” legato all’omosessualità è stato il diverso modo di fare sesso: la sodomia, che nella Bibbia è punita con la cancellazione di una intera città.

Nell’età della scuola superiore ne conoscevo l’esistenza ma non li sapevo riconoscere, non ce n’erano molti, o forse c’erano ma erano più pudichi nel manifestarsi: ne incontrai uno in un viaggio in treno di notte a quindici anni, e dovetti imparare a tenerlo a distanza e a reagire: Niente di veramente sconvolgente o palesemente lascivo, ma dovetti capire che ero in uno scompartimento da solo “con uno di questi” e non potei dormire tranquillo fino a quando non scese alla stazione di Bologna; poi non me ne sono più capitati, almeno non così pressanti.
Ora in Parlamento sta passando una legge che consente loro il matrimonio civile dacché le religioni non consentiranno mai l’unione religiosa perché contraria alla legge di natura della procreazione, che per le chiese è alla base delle unioni fra i sessi e della propria sopravvivenza come ragione di esistere.
Mi viene una facile ironia (certamente dettata dalla mia cultura della nascita): siamo in un mondo in cui i giovani prediligono le convivenze senza legami ed ecco che questi invertono la tendenza e vogliono un legame di diritto, non accontentandosi della definizione di “coppia di fatto”. L’unica spiegazione che sono riuscito a darmi è per l’assegno dell’Inps di reversibilità al vedovo/a, o per l’estendibilità della polizza sanitaria al coniuge.
Che bisogno c’è di ostentare la “diversità”? Ai miei tempi la si viveva clandestinamente perché le regole della società non la ammettevano, classificandola come abietta; ne era un esempio Rock Hudson e non occorre citarne altri. Oggi invece anche la pubblicità dei surgelati sfrutta la diversità per allargare le quote di mercato, cercando apparire veramente democratica e tollerante, anche se – in verità – trovo il termine tollerante veramente brutto: di superiore e paternalistica condiscendenza ammantata di comprensione. O si fa proprio l’amore verso il proprio simile o lasciamo stare; ma forse occorrerà più tempo.
Si sente spesso dire che fra non molto saremo noi “normali” a doverci scusare di esser tali, giacché il fenomeno pare in aumento, e ai diversi pare data un’attenzione superiore che nel passato.
Scrivendo, mi viene da ammettere che non sono assolutamente la persona più indicata per dissertare sull’argomento. La mia società di allora voleva fermamente che i maschi avessero manifestazioni di virilità: guardare le donne, affermare di essere attratto da loro, rinnegare le debolezze considerate femminili e via discorrendo. Adesso, fortunatamente, pare che si possa ammettere senza passare per femmine, che anche noi maschi possiamo concederci di dire che proviamo sentimenti che fanno anche piangere.
Sempre sotto la doccia mi è venuto da pensare che nel maschio – forse per cultura – le pulsioni sessuali paiono essere più forti che nella femmina (qui ci mettiamo la mortificazione che per millenni il femminile ha dovuto subire dalle religioni).
È certamente più nota la masturbazione maschile di quella femminile. L’umanità – a causa di questa pulsione – da sempre conosce l’esistenza di episodi di omosessualità “spiegabili”: la convivenza forzata fra maschi qual è quella dei marinai, dei carcerati, dei religiosi e altro, fate voi.
Però, se ne ha ammessa la necessità, non ne ha mai giustificata la reiterazione. Infatti i marinai quando sbarcano cercano le femmine, i carcerati quando escono… pure, i religiosi che non lasciano mai l’abito finiscono sui giornali.
Però una cosa è nella mia natura: il rispetto verso il prossimo, che quando non mi irrita o tenta di irretirmi è sicuramente degno di fiducia, anche se non lo capisco.
Oggi, la società è più attenta alle diversità di quando non lo era nel passato, a volte in modo ridicolo: per non offendere l’amor proprio dei negri li chiamiamo “neri”, come se così fossero meno evidenziate le differenze etniche. Chi non lo fa è razzista.
Bene: io continuo a chiamarli negri perché nel termine non ho mai inteso sottintendere alcun disprezzo, ma li rispetto convintamente se non hanno valori diversi dai miei.
Se delinquono sono come i bianchi delinquenti. Mi pare più semplice e meno farisaico.
La società degli anni cinquanta e seguenti temeva che il mondo potesse essere governato dai negri e dagli omosessuali, ai quali attribuiva scarse capacità di comando: la diversità è sempre stata vista come magagna, quindi incapacità. Il mondo che progredisce ci sta insegnando che non è così, e questo è un bene.
Però molti eterosessuali – me compreso – provano sdegno davanti alle sfilate del gay pride e ne negano la legittimità di essere orgogliosi.
Credo che sia per un fattore di buongusto molto perbenista; ma non lo rinnego giacché non mi interessa andare d’accordo con quanto mi disgusta profondamente: la volgarità.
In fondo non si può pretendere che uno cambi soltanto perché, per convenienze politiche, il mondo cambia concedendo libertà assurde; datemi almeno il tempo che mi è necessario per comprende e accettare, altrimenti è una violenza; come non ne faccio, così non ne accetto.

Nei due rami del Parlamento una legge ha fatto avanti e indietro per le unioni civili dei gay mentre i problemi della nostra nazione sono diversi e più cogenti per molti.
La società nel suo insieme (regolari e diversi) ha fatto un passo avanti dopo la concessione del matrimonio ai gay? Forse ora si può ammettere che i diritti civili sono veramente per tutti? Forse col tempo il concetto penetrerà nelle coscienze rimanendovi per sempre?
Non ho una visione ampia e lascio la risposta ad altri, sperando che loro ce l’abbiano e così possano spiegarmi ciò che fatico a comprendere.
Certamente una società è tanto migliore quanto più riesce a far proprio ciò che non è “secolarmente convenzionale”. Sicuramente è inaccettabile che si ripeta: “è sempre stato così e quindi è giusto così”. Questo oscurantismo medievale non ci avrebbe concesso la ricchezza di pensiero, né il progresso passando dal carro all’automobile; questo riesco a comprenderlo, però ancora qualcosa mi manca.
Se sono esseri umani con ogni diritto civile, perché perdere tanto tempo a parlarne?
E qui forse è la risposta: proprio perché finora è stata trascurata questa loro parità è giusto che si riconosca, non “conceda”, di avere un posto nella società, esattamente come il diritto di parcheggio all’auto del disabile.
È questo l’aspetto che finora mi era passato in secondo piano, e sul quale mi impegno a riflettere. Nel mio cuore non ho mai ritenuto di mortificarli soltanto perché differenti da me.
Se poi la questione mi irrita è per l’ostentazione che ne è fatta. E per il clamore mediatico che le fazioni politiche fanno intorno all’argomento per dimostrare di essere più progressiste e progressive di altre e così accaparrarsi consensi che li mantengano al potere.
E così tutto l’impegno civile passa in secondo piano, ai miei occhi.

Erberto Accinni

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