C’era una volta: le guerre mondiali – 1

gela - 1a serata - 15 sett - 4

Per la commemorazione del primo centenario dall’inizio della Prima Guerra mondiale e il Settantenario della fine della Seconda Guerra Mondiale, a Gela si è tenuta una serie di conferenze nel corso delle quali sono stati presentati – essendo un evento principalmente letterario – diari, antologie e ricordi di chi visse quei giorni.
La casa editrice AKKUARIA vuole raccogliere tutti gli scritti sull’argomento in una collana, perché chiunque abbia memorie di congiunti che le hanno combattute possa condividerle e renderle pubbliche, se lo desidera.
Pubblichiamo i testi degli interventi effettuati a Gela nelle giornate del 15 – 16 – 17 settembre da Erberto Accinni, direttore della collana.

15 settembre 2015

Le Giornate della Memoria
24 maggio 1915 – 25 aprile 1945 un trentennio fra due guerre

Presentazione della Collana
1915-1945 LA STORIA VISTA CON ALTRI OCCHI
Collana di memorie e testimonianze delle nostre guerre

Presentazione dell’antologia: Alle spalle un cielo plumbeo come addensamento di vapori in maggio

guerra

In una delle tante telefonate scambiate in questi ultimi mesi per definire come condurre questo percorso nella memoria, è emersa una curiosa circostanza.
Per una particolarità sorprendente dei numeri, oltre che essere il centenario dell’entrata italiana nella prima guerra mondiale nel 1915, è anche il settantenario della fine della seconda.
La rotondità dei numeri ha poi suggerito la successiva constatazione: fra l’inizio della prima e la fine della seconda ancora abbiamo un numero esatto: 30 anni. Proseguendo nel pensiero, il titolo “la giornata della memoria” è diventato plurale: le giornate. Conseguente è stata anche la volontà di ricomprendere e ricordare – oltre gli avvenimenti maggiori – quelli che sono meno ricordati, e di raccogliere il tutto in una collana di scritti, memorie, diari.
La collana, che inauguriamo con l’antologia di memorie della 1° guerra mondiale, sarà di ricordi e testimonianze dei due conflitti. Sarà ampia, e tratterà anche i momenti storici del trentennio che sta fra le due date, se avremo fortuna e materiale.
Molti hanno aderito al progetto consentendoci di trasformarlo in una collana. Nel corso delle tre giornate di commemorazione avremo interventi che ci riporteranno a quel tempo, a quel mondo, a quelle persone coinvolte spesso loro malgrado nei due conflitti. Cercheremo di disegnare quel mondo anche con qualche cenno storico, sulle cause e sugli effetti.
Per quanto riguarda il trentennio, non possiamo trascurare che gli Italiani fecero una spedizione per liberare Fiume nel 1919, una guerra coloniale per la conquista dell’Etiopia nel 1935, e una che non li riguardava direttamente: la guerra di Spagna. Gli Italiani qui combatterono sui due fronti, quello repubblicano e quello nazionalista.
Se poi guardiamo il teatro mondiale, per quello che è stato abbastanza vicino a noi, non possiamo ignorare il genocidio armeno del 1915 commesso dai Turchi; lo scontro fra la Guardia Bianca che si opponeva al bolscevismo e la Guardia Rossa, iniziato nel 1918 in Russia; la guerra greco-turca del 1919; tra quelle nei territori più lontani, la guerra civile cinese del 1927 e la guerra sino-giapponese del 1937.
Una menzione va riservata a Hiroshima e Nagasaki il 6 e 9 agosto 1945: quest’anno anche per loro è ricorso il settantenario.
Sono soltanto esempi, che dimostrano che non fu per nulla un trentennio di pace.

La guerra, intesa come scontro epico e cavalleresco, con l’inizio del secolo XXmo fu relegata a un ricordo peraltro nemmeno esatto. L’uso delle mitragliatrici, dei gas, dei corazzati, degli aerei e di quant’altro la tecnologia ha elaborato nel tempo, la trasformarono ancor più in un fenomeno di distruzione di massa, un macello industrializzato e spersonalizzato, dove la pietà e l’orrore hanno dovuto cedere e finire relegate nella memoria dei singoli che le hanno provate.
L’antologia che qui oggi presentiamo, è una raccolta di memorie, resoconti e frammenti di diari che prossimamente saranno anche disponibili in versione completa. È tutto materiale riferito al primo conflitto mondiale.
Ci introduce in quel tempo con semplice sincerità. Svela circostanze che non sempre sono note né conosciute, come quelle dei campi di prigionia e della disumanità di singoli ufficiali; dei pescecani del tempo di guerra che si arricchirono sulla pelle di quelli che morivano.
Nelle prossime serate avremo i ricordi anche di parenti dei combattenti che hanno voluto lasciare scritti i loro sacrifici, le loro ferite sia quelle visibili sia quelle interne, profonde.

Filmato www.youtube.com/watch?v=u0H8H0Yv06Y

Il fascismo fece della prima guerra mondiale una sorta di fiore all’occhiello, il momento di riscatto dell’Italia risorgimentale; cavalcò l’indignazione per la vittoria mutilata e la ammantò di eroismo e gloria, e di disprezzo per il tradimento successivo.
Nulla disse degli orrori che i fanti sopportarono, delle tragiche giornate della ritirata di Caporetto, dei tantissimi che tornarono psichicamente devastati e con shock da bombardamento: gli scemi di guerra (nel solo ospedale di Colorno – Parma, i ricoverati furono oltre 2000); delle diserzioni e delle decimazioni. Esaltò i morti e i mutilati, ma soltanto perché portavano acqua al suo mulino. Raccolse intorno a sé gli scontenti e gli scalmanati e di questi reduci fece le sue legioni che lo portarono al potere per 21 anni.
Non parleremo di ferite, mutilazioni o altro che possa esser sporcato da rievocazioni che abbiano il solo scopo di raccapricciare e commuovere: la pena mostrata dalla Magnani nel filmato è sicuramente un sentimento che tutti proviamo. Porrò soltanto l’attenzione su una circostanza che rende inutile ogni parolona quale eroismo, abnegazione nella difesa dei sacri confini della patria: in entrambi i conflitti, l’Italia non fu attaccata ma dichiarò guerra per prima, e nessun revisionismo storico potrà mai confutare queste semplice verità.
Oggi – grazie al sacrificio di quegli uomini, le cui memorie abbiamo raccolto nell’antologia – noi abbiamo la liberta di dire che fu una pazzia non giustificata. Possiamo farlo senza che nessuno ci mandi al confino o ci costringa all’esilio, come toccò agli oppositori del regime nel 1925.

Un grande scrittore ha detto che soltanto i nomi dei luoghi e delle quote dove si è combattuto mantengono dignità nel tempo. Sprezzo del pericolo, gettare il cuore oltre l’ostacolo, dedizione cieca al dovere, sono espressioni che forse esaltano ma che non rendono giustizia davanti a nessuna morte violenta.
Citeremo soltanto un nome, perché aleggia su tutta la prima guerra mondiale e su tutta la storia d’Italia a seguire, fino ai giorni nostri: Caporetto – una ciclica tragedia tutta italiana.
Fu una disgrazia annunciata, non oso dire voluta; l’occasione per l’arroganza di prevalere sui mille sacrifici. Per la grossolanità dell’Alto Comando la fronte cedette. La fronte: così si chiamava nel linguaggio militare di un secolo fa la linea più avanzata dei combattimenti, conquistata in due anni e mezzo di scontri aspri. Dopo fu la ritirata di un esercito che con sacrifici di uomini aveva conquistato postazioni imprendibili, un esercito sacrificato ma sostanzialmente invitto fino a quel momento.
Secondo il generale Segato: “la responsabilità della rotta di Caporetto non si limita a capi militari e a uomini di governo: essa coinvolge tutti coloro che col disfattismo attivo o passivo esercitarono influenza deprimente sullo spirito del soldato: essa coinvolge coloro che, riusciti ad imboscarsi, dell’imboscamento si valsero per trarre dalla guerra il maggior profitto possibile, poco curando se con ciò venivano a danneggiare coloro che nella trincea soffrivano e morivano.”

Gli italiani a Caporetto combatterono sempre, e persero perché in inferiorità di numero, di fuoco, di armamento e di comando. Tra perdere con onore e perdere con disonore c’è una bella differenza. C’è il senso di sé di un popolo.

Ma quando ormai sembrava una cosa impossibile (l’Intesa non pensò di rischiare nemmeno una divisione da inviare sul fronte italiano) l’Italia pur nella tragedia, non perse la testa e si ritrovò a essere una vera “nazione in armi”.
Apparentemente, tutti gli sforzi di due anni e mezzo di guerra furono vanificati in pochi giorni. Tutti i terreni conquistati nelle undici battaglie dell’Isonzo tornarono in mano nemica. Fu fatta una linea di difesa sul Tagliamento, poi arretrando ancora sul Piave, meglio difendibile
Fu fatta la sostituzione dei Generali: Capello della Seconda Armata e Cadorna comandante in capo dell’Esercito. Subentrò Diaz, che comprese il pericolo serio che l’Italia sfiduciata correva.
Dopo altri 12 mesi di combattimenti, l’impero Austro-Ungarico e quello Tedesco dovettero cedere, e alla fine fu la pace: una vittoria mutilata per l’Italia, una pace ingiusta per la Germania e non soltanto, altri due imperi sparirono per sempre.
Un errore che ne comportò altri, le avventure fascista e poi nazista e poi franchista e da ultimo anche staliniana. La fine di un mondo e l’inizio dell’età contemporanea.
Di Caporetto è ricordata la ritirata, oltre ai processi sommari e le conseguenti fucilazioni.
Meglio di altri, uno scrittore la descrisse con poche e definitive parole in un suo celebre romanzo:
“La ritirata fu ordinata, bagnata e torva… oltrepassammo truppe in marcia sotto la pioggia, cannoni, cavalli che tiravano carri, muli, autocarrette, tutti provenienti dal fronte. Non c’era più disordine che in una avanzata.” Il suo racconto degli orrori gli costò l’ostracismo dall’Italia fascista fino al 1946, quando poté tornare e qui ambientare un altro romanzo.
Parlo di Ernest Miller Hemingway, e il romanzo è Addio alle Armi, un titolo giocato sia sul congedo dall’esercito sia sulla perdita delle braccia (Arms in inglese significa braccia).
Una curiosità può ora darci modo di riflettere: Hemingway arrivò in Italia nel 1918 e non vide mai la ritirata da Caporetto. La descrizione che ne fece gli venne dall’osservazione di un’altra ritirata: quella dell’esercito greco davanti all’incalzare dei Turchi nel 1922; era inviato al fronte come corrispondente del Toronto Star. Questo gli fece dire nel tempo che una ritirata non era diversa da altre. Estendendo la considerazione, noi oggi possiamo dire che una guerra non è diversa dalle altre.
Successivamente alla disfatta, è ricordata l’accusa di viltà fatta da Cadorna alle nostre brigate, uscita sui primi giornali del mattino ma corretta subito dopo. Seguì una commissione d’inchiesta e il siluramento di Cadorna tutto italiano: “promoveatur ut amoveatur”.
Seguì il disonore e la perdita della bandiera di combattimento di reparti della II Armata (riabilitati poi nel 1938) ma misteriosamente sparirono le pagine con le risultanze dell’inchiesta sulle responsabilità di Badoglio e dei suoi mancati ordini alle batterie di difesa.

L’antologia ora ricorda che ci fu un tempo in cui l’umanità fu travolta dalla follia e perse di vista il bene più prezioso che ha ciascuno è stato dato: la vita e la possibilità di viverla.
Molti, partiti per la guerra entusiasti, musica in testa e baionetta in resta, han dovuto ricredersi, tranne i fanatici di professione. Le canzoni, nate su note baldanzose, in tre anni persero la musica diventando cori di lamento collettivo, voci senza speranza e rassegnate.
E tra loro c’è chi ha scritto le pagine dell’antologia per denunciare la progressiva perdita di illusioni e gli inganni, in una sorta di ritrovata umanità dopo la follia collettiva.
Non toccò a d’Annunzio, a Mussolini, a Marinetti…
Successe invece a Ungaretti, interventista e poi autore di poesie nelle quali la speranza cede alla rassegnazione o a un fraterno amore ritrovato; a Emilio Lussu, interventista e poi cronista nauseato dalle molte insensibilità viste e vissute.

Il titolo dell’antologia è tratto da una frase del diario del Tenente Veterinario Carruba Toscano: dal suo punto di osservazione vede l’Hermada e il Faiti ma non oltre, nella caligine. L’aria è greve, e tale da lasciar respirare a fatica, gravida di odori di morte: gas asfissianti e odori di esplosivi.
È stato scelto perché rappresenta sensazioni, emozioni che, seppur ormai stanche, sopravvivono nello stato d’animo dello spersonalizzato soldato combattente. I rumori dell’artiglieria lontana gli ricordano un rumore simile, di mare che mugghia e onda che si frange, come l’anno prima all’alba a Porto Empedocle.
Perché una antologia così?
È il ricupero dei sentimenti, del sentire del soldato combattente.
Dopo la battaglia un momento di quiete; in attesa della battaglia il pensiero ai propri cari a casa; e durante battaglia?
La paura? Il desiderio di andare avanti perché questo deve fare? Bestemmie per la difficoltà del terreno ostruito dal filo spinato? Rabbia per quel lungo tratto sotto il fuoco che non fa giungere mai alla trincea nemica?
E dopo? Quando tutto è finito? Eccitazione? Avvilimento? ancora paura guardando i cadaveri del nemico? Nausea per le lamentele dei feriti?
Una cosa non compare nelle pagine: l’ambizione di essere eroico. Forse il desiderio di farla finita.

Filmato www.youtube.com/watch?v=LNjnGZDirok

Sempre si farà la guerra, e sempre sarà seguita da commemorazioni e giornate della memoria.
Ma la memoria non può essere soltanto perché ricorre il centenario o il settantenario o Dio sa quale altra cifra tonda. Perché abbia un valore, ogni giorno è di memoria. Uscendo di qui, dopo aver provato i sentimenti che la commemorazione evoca, non dovremmo aver fretta di passare oltre.
Se nei giorni a venire ricorderemo, allora quei milioni di morti che ci sono stati avranno davvero un significato. Non saranno onorati con le parole di questa giornata, ma col cuore di ciascuno di noi, che opererà per evitare anche soltanto la semplice discussione col vicino.
E una buona riflessione potrà essere non soltanto per i tanti morti ammazzati dal nemico, ma estesa anche al pensiero che l’ambizione di qualcuno ha fatto divenire un popolo nemico di un altro.

Dopo tanti morti, oggi abbiamo una Comunità Europea, una moneta unica ma non una Nazione Europa.
Non si fanno più le guerre sui campi di battaglia ma in altri campi: nelle Borse Valori e con i PIL. Tutti quei morti ancora non hanno insegnato che i nazionalismi non finiranno mai, che occorre allora evitare di inasprire i toni e l’orgoglio, di perseguire falsi ideali di superiorità di razza.
E allora temo che in futuro le prossime generazioni commemoreranno, il giorno del crollo in borsa, il giorno della Grecia, il giorno del crack di chissachì; non commemoreranno mai il giorno della rinuncia all’ego, dell’avvento della giustizia e della buona volontà.

Fra qualche decennio, periodi cruciali come quelli proposti nel titolo della collana diverranno momenti storici come altri: le Crociate, la Guerra dei 30 anni, le Guerre di religione. Morti gli ultimi protagonisti/testimoni saranno relegate nella macrostoria, che non si studia abbastanza con attenzione per imparare a evitarle.
E ci saranno nuove guerre, e nuove giornate della memoria, dove altri rinnoveranno l’invito alla buona volontà; forse con fiducia minore di quella che noi abbiamo oggi, perché nessuna generazione – nel suo complesso – ha lasciato alla successiva un pensiero di pace sincera nel cuore ma soltanto frasi di circostanza, poco fatte proprie dall’umanità intera.
Ci saranno antologie, diari e memorie, che diranno sostanzialmente quello che gli autori della nostra antologia ci hanno lasciato: qualcuno decise per la guerra, formò le armate e le mandò a combattere.
E in lunghi anni di stenti e sacrifici e morte, gli animi sensibili detestarono ciò che videro. Provarono profonda stanchezza e rassegnazione e persero la speranza.
Tornarono feriti o mutilati, reduci forse ancora sani nel corpo ma con un profondo desiderio di silenzio, lo stesso che gli autori dell’antologia hanno auspicato per se stessi una volta lasciatisi alle spalle i campi di battaglia.

Erberto Accinni

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