C’era una volta: le guerre mondiali – 2

programma gela

16 settembre 2015

Le Giornate della Memoria
24 maggio 1915 – 25 aprile 1945 un trentennio fra due guerre

gela

La Grande Guerra

Per meglio comprendere quel periodo, anche con l’aiuto di internet, ci è parso utile riproporre brevemente la situazione dell’epoca: le cause che determinarono un conflitto così mondiale, la composizione dell’esercito italiano al momento dell’entrata in guerra, lo scenario di tre anni e mezzo di battaglie, e le condizioni di vita degli Italiani durante il conflitto.

Le cause
Nel 1914 l’Italia era legata agli imperi Austroungarico e Tedesco dal patto di Triplice Alleanza.
Dopo l’attentato di Sarajevo, l’Austria lanciò l’ultimatum alla Serbia senza informare l’alleato italiano, perché l’art. 7 del patto prevedeva che – in caso di guerra – l’Italia dovesse avere compensi territoriali.
Era convinzione austriaca che il conflitto con la Serbia si sarebbe risolto in pochi giorni. Fu il gioco delle alleanze che in una settimana sprofondò l’Europa nel conflitto: la Russia si proclamò in difesa della Serbia, la Germania in aiuto degli Austriaci, Francia e Inghilterra alleate della Russia.
Dato il carattere difensivo della Triplice Alleanza, l’Italia non era tenuta a entrare nel conflitto, ma rivendicò i compensi territoriali.
La decisione di neutralità italiana fu presa dal governo Salandra il 2 agosto 1914 e ottenne inizialmente consenso quasi unanime negli ambienti politici, ma il brusco arresto dell’offensiva tedesca sulla Marna (5-12 settembre) suscitò i primi dubbi sull’invincibilità tedesca: movimenti interventisti andarono formandosi nell’autunno 1914, fino a raggiungere una consistenza non trascurabile appena pochi mesi dopo.
Parlando di interventisti e neutralisti dobbiamo escludere la classe contadina – più di metà della popolazione – che godeva del diritto di voto ma che non faceva realmente parte dell’opinione pubblica; le campagne erano lontane dalle città dove si faceva politica.
Gli interventisti temevano per il prestigio dell’Italia; se i vincitori fossero stati gli Imperi centrali, non avrebbero perdonato una nazione che aveva mancato a un’alleanza trentennale.
Vedevano pure nella guerra l’occasione di completare l’unità d’Italia.
Alla fine del 1914, il ministro degli Esteri Sonnino iniziò trattative per ottenere compensi territoriali: le richieste riguardanti la cessione del Trentino e del Friuli fino al fiume Isonzo e l’autonomia per la città di Trieste, furono rigettate parzialmente da Vienna, disposta solo a rettifiche della frontiera.
Nel contempo, i delegati italiani negoziavano segretamente con la Triplice Intesa, ottenendo promesse circa la cessione di ampi territori comprendenti l’intero Trentino-Alto Adige fino al Passo del Brennero, Trieste, l’Istria e parte della Dalmazia a spese dell’impero Austro-Ungarico.
Il 26 aprile 1915 il governo italiano concluse le trattative segrete con l‘Intesa mediante la firma del patto di Londra. Fu avviata la mobilitazione; il 23 maggio infine l’Italia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria ma non alla temibile Germania, con la quale il Governo Salandra sperava di non guastare definitivamente i rapporti.

Nei 10 mesi che precedettero l’entrata in guerra, fu la politica a farla da padrone, chiamando in causa il popolo e la nazione nel richiamo al patriottismo. Il Corriere della Sera si schierò; nacque Il Popolo d’Italia, organo di battaglia e giornale-partito guidato dall’interventista Mussolini.
Il 13 maggio, avendo contro il Parlamento orientato al neutralismo, Salandra si dimise; Giolitti e Salandra si recarono dal re per formare un nuovo governo, e a chiudere il cerchio intervenne il re, che anziché tener conto dell’orientamento della maggioranza parlamentare e incaricare Giolitti, ridiede l’incarico a Salandra. Fu una sfida aperta al Parlamento, ma così prevalse l’interventismo.

L’esercito
Cadorna stilò nell’agosto 1914 una Memoria riassuntiva di una eventuale azione offensiva. Nel documento era deciso che il principale sforzo dovesse essere verso la frontiera del Friuli, puntando verso Gorizia e Trieste senza però escludere una parziale invasione del Trentino, destinando però questa parte del fronte a un ruolo difensivo per le difficoltà logistiche dell’alta montagna e per la mancanza di un numero sufficiente di armi d’assedio, che non avrebbero consentito di espugnare i sistemi fortificati esistenti.
Cadorna, all’annuncio della neutralità fu sollevato da un vero e proprio incubo. Poté dedicarsi al riassetto per contare a primavera del 1915 su un esercito composto da 4 armate (più il comando Zona Carnia) per 14 corpi d’armata con 35 divisioni di fanteria e 4 di cavalleria.
Ricorrendo a corsi accelerati e promozioni straordinarie, a metà luglio 1915 erano disponibili 17.000 ufficiali in carriera e 22.000 di complemento.
Fu migliorata l’organizzazione dell’artiglieria e velocizzata l’introduzione di nuovi materiali.
Ma il rafforzamento voluto da Cadorna fu insufficiente per quantità e qualità: l’esercito scese in campo nel 1915 sostanzialmente con le forze previste nel 1914, meglio organizzate, ma senza quei progressi per l’artiglieria e il munizionamento che i combattimenti già in corso sul fronte occidentale dal 1914 indicavano come necessario.
Come le altre forze belligeranti, l’esercito italiano imparò con l’esperienza.
Il 1916 si aprì con una fallimentare offensiva italiana sull’Isonzo tra l’11 e il 15 marzo, seguita da una controffensiva austro-ungarica partita dal Trentino a metà maggio: la Strafexpedition; le forze austro-ungariche arrivarono molto vicine a spezzare le difese italiane nel settore dell’Altopiano dei Sette Comuni che a fatica comunque ressero all’urto.
Cadorna sfruttò la situazione favorevole per sferrare una nuova spallata a est ai primi di agosto: nel corso della sesta battaglia dell’Isonzo le forze italiane riuscirono a spezzare la linea austro-ungarica, prendendo il Sabotino e il Podgora e infine conquistando Gorizia l’8 agosto. Le truppe austriache tuttavia, furono in grado di ristabilire una nuova linea difensiva poco più a est. Tra settembre e novembre Cadorna sferrò altre tre offensive contro le posizioni austro-ungariche, guadagnando solo poco terreno al prezzo di pesanti perdite.
Gli attacchi sull’Isonzo ripresero nella primavera del 1917 con un’offensiva tra il 12 e il 26 maggio e una seconda tra il 19 agosto e il 19 settembre: le forze italiane guadagnarono alcune posizioni, conquistando il Monte Santo e affacciandosi sull’altopiano della Bainsizza, ma non riuscirono a sloggiare le forti difese nemiche. Più a ovest, tra il 10 e il 29 giugno 1917, le forze italiane attaccarono la vetta del monte Ortigara, subendo pesanti perdite con solo esigui guadagni territoriali.
Spossati dai continui e inconcludenti assalti, i reparti italiani dovettero subire una improvvisa controffensiva austro-tedesca nel settore di Caporetto tra il 24 ottobre e il 9 novembre 1917: ne seguì la ritirata, prima sul fiume Tagliamento e poi fino alla riva meridionale del Piave, dove le armate riuscirono infine a attestarsi.
La battaglia di Caporetto rappresentò una pesante disfatta per il Regio Esercito, che subì 12.000 morti, 30.000 feriti e 294.000 prigionieri, oltre ad altri 400.000 soldati sbandati e vaste perdite di materiale bellico tra cui più di 3.000 cannoni; il 9 novembre 1917 Cadorna fu rimpiazzato alla guida dell’esercito dal generale Armando Diaz.
Diaz dedicò molti sforzi a ricostruire le forze italiane, ricorrendo ai diciottenni della leva del 1899 (i cosiddetti “ragazzi del ’99”) per rimpinguare i ranghi. Dopo un lungo periodo di stasi e riorganizzazione, il 15 giugno 1918 i reparti austro-ungarici tentarono un’offensiva risolutiva attaccando sia a ovest sul monte Grappa sia al centro la linea italiana sul Piave (la battaglia del Solstizio): le truppe italiane ressero all’urto, e il 22 giugno l’azione si concluse con la ritirata delle forze austro-ungariche.
Il 30 ottobre i reparti italiani presero Vittorio Veneto.
Il 3 novembre 1918, mentre entravano a Trento e sbarcavano a Trieste, i delegati dell’Austria-Ungheria firmarono l’armistizio di Villa Giusti, conclusivo delle ostilità sul fronte italiano.

Come fu la guerra
Entrati in azione sulla base di piani preordinati che prevedevano grandi movimenti di truppe e manovre avvolgenti e risolutive, gli eserciti contrapposti si erano ben presto ritrovati invischiati in una sanguinosa guerra caratterizzata da un fronte continuo e ininterrotto di linee trincerate, che rendevano impossibile qualunque aggiramento e obbligavano a continui assalti frontali. Se gli assalti alle trincee potevano avere successo, il prezzo da pagare in vite umane era altissimo.
Cadorna era convinto che la guerra di logoramento fosse solo una condizione temporanea, e che sarebbe stata la manovra delle truppe a decidere le battaglie: seppur riconoscendo il potere distruttivo delle nuove armi, continuò a insistere sul fatto che le posizioni nemiche dovessero essere conquistate con ripetuti assalti frontali; fattore decisivo degli scontri era ritenuta la forza di volontà, lo slancio dei reparti e la determinazione a vincere.
Le prime battaglie sull’Isonzo misero ben presto in luce l’infondatezza di tale dottrina tattica.
Generalmente, la sequenza di attacco seguiva sempre lo stesso schema: dapprima l’artiglieria martellava le posizioni nemiche con bombardamenti, poi allungava il tiro sulle retrovie mentre i fanti uscivano dalle prime linee per l’attacco frontale.
Gli austro-ungarici svilupparono la tattica di lasciare in prima linea soltanto un piccolo numero di vedette durante il bombardamento preparatorio, tenendo il resto delle truppe al sicuro nei rifugi sotterranei della seconda linea; quando il bombardamento italiano cessava, facevano affluire rapidamente i rinforzi alla prima linea tramite camminamenti protetti.

Il disprezzo per la vita del fante fu comune alla mentalità dei generali di tutti gli eserciti in guerra. Non fu un atteggiamento soltanto di Cadorna, che fra tutti forse è da considerare il meno peggio.
Se in Italia i fanti morivano in attacchi a posizioni imprendibili, nella Somme morivano i Francesi e i Tedeschi in attacchi e contrattacchi concepiti sostanzialmente alla stessa maniera, o sotto gli effetti devastanti del gas Yprite.
In uno degli attacchi condotto da reparti della III armata nella zona del Carso, i fanti italiani trovarono mitraglieri bosniaci incatenati alle mitragliatrici perché non fuggissero, e ormai morti.
Sul fronte dell’alto Isonzo è noto l’episodio degli Austriaci che, dopo aver respinto l’ennesimo attacco italiano, disgustati e quasi pregando urlavano ai fanti italiani di non attaccare più, di smetterla di sacrificarsi così inutilmente.
Se passate dal Castello del Buon Consiglio a Trento, nel museo potrete vedere delle mazze ferrate con le quali – dopo la battaglia – le squadre della morte finivano i feriti rimasti sul campo. Potrete vedere altre cose orripilanti: stick di sapone da barba fatti con grassi dei morti.
La propaganda di tutti i paesi in guerra additava il nemico come il demonio, quello che se fosse riuscito a sfondare il fronte sarebbe sceso nelle valli a stuprare le famiglie dei combattenti. Cartoline che mostravano il nemico bieco mentre allungava le mani su una donna, erano mezzi per mantenere vivo l’odio nel cuore dei fanti e così la volontà di uccidere.
A causa di questo terrorismo psicologico, dopo Caporetto, la popolazione spaventata si mescolò all’esercito che ripiegava rallentandone notevolmente la ritirata.
Per le scelte politiche di mancata assistenza ai prigionieri, i Kriegsgefangenenlager, dove la vita del soldato prigioniero era di stenti e privazioni, furono ribattezzati dai prigionieri lombardi: “Crist, che famm de lader”.
Nonostante il clima di guerra e gli odi imposti, nel Natale del 1916 le prime linee francesi e tedesche fraternizzarono. Informato dell’episodio, l’alto comando italiano si adoperò perché episodi simili non si ripetessero sul nostro fronte e sempre fosse mantenuta avversione per il nemico.

Questo modo di condurre la guerra con grandi sacrifici, produsse episodi di insubordinazione.
I primi si ebbero già nel dicembre del 1915 alle prime licenze. I fanti si resero subito conto che il Paese era all’oscuro della realtà della guerra: non trovarono un Paese orgoglioso dei loro sacrifici, pronto ad accoglierli come eroi. Nasceva così la frattura tra il fante e gli uomini che restavano a casa.
Anche il governo diede il suo contributo ad appesantire la situazione; sperando sempre in una guerra breve che non provocasse sconquassi sociali, incoraggiò l’ottimismo e non impose alcuna austerità alla popolazione; ma ancor più grave fu la disparità nel salario medio giornaliero di un operaio e quella del contadino in armi, 7 lire contro appena 90 centesimi.
I fanti erano in grandissima parte contadini, e l’opposizione tra fanti e imboscati divenne dunque opposizione tra contadini e borghesi, tra contadini e proletariato urbano.

Il Codice militare, vecchio di oltre mezzo secolo, fu notevolmente irrigidito da Cadorna che aggiunse nuove figure di reato, aggravò le pene e impose agli ufficiali in linea e ai comandi di reparto forme di giustizia sommaria.
Inoltre Cadorna e Sonnino attuarono deliberatamente una politica di mancato sostegno ai prigionieri, considerati colpevoli di essersi arresi e per questo non tutelati dal governo italiano, per dissuadere anche eventuali imitatori.
Dalla dichiarazione di guerra all’amnistia concessa dal governo Nitti nel 1919, le denunce all’autorità militare furono 870.000, su poco più di 5 milioni di mobilitati.
Nel corso del conflitto gli 8.000 casi di diserzione nel primo anno di guerra, salirono a 25.000 nel secondo, mentre nel 1917 si registrò la cifra di 22.000 diserzioni nei soli sei mesi prima di Caporetto.
Il numero di condanne a morte inflitte non si può sapere con certezza, ma sono state calcolate in circa 4.000, quasi 3.000 delle quali in contumacia, e 750 eseguite, 311 non eseguite, a cui vanno aggiunte circa 300 decimazioni e fucilazioni sul campo.

Le condizioni della popolazione
La nazione con il proseguimento della guerra iniziò a soffrire sempre di più della mancanza di generi di prima necessità. Le risorse immagazzinate negli anni di pace andarono via via esaurendosi, cosicché lo sforzo bellico poteva avvenire solo a spese della popolazione civile, il cui tenore di vita fu compresso per alimentare i fronti di combattimento.
Le condizioni della popolazione, cominciarono a peggiorare sensibilmente in tutte le nazioni coinvolte nel conflitto dalla seconda metà del 1916.
Già nell’estate del 1916 la razione di pane dei soldati era stata ridotta da 750 a 600 grammi giornalieri, mentre per i cittadini ormai erano diventati introvabili i generi semi-voluttari come il caffè, il cacao e lo zucchero. Altri provvedimenti tendevano a ridurre determinati consumi, contraendo i giorni di vendita settimanali: niente carne il giovedì e il venerdì, niente dolci per tre giorni consecutivi alla settimana, e per ridurre il consumo di carta, i giornali, già ridotti a quattro pagine, dovettero uscire parecchie volte al mese su due sole facciate.
Una nota particolare meritano i momenti dopo Caporetto: vi furono appelli da parte dei comitati e delle associazioni dei profughi, le suppliche dei vescovi, le offerte di mediazione della Croce Rossa, del Vaticano e della Svizzera perché si facessero pervenire gli aiuti nei territori occupati, ma si infransero contro l’opposizione del governo italiano. L’invio di rifornimenti alimentari avrebbe potuto minare lo spirito di resistenza o si sarebbe risolto in un vantaggio per il nemico. Neppure la proposta di trasferire i bambini delle terre invase in Italia o in Svizzera, avanzata già nel dicembre 1917, trovò accoglienza presso il governo. Come affermò Sidney Sonnino: un tale provvedimento avrebbe offerto al nemico l’opportunità di disfarsi di “tante bocche inutili”
Gravida di conseguenze fu la carenza di carbone. L’importazione, che nell’immediato anteguerra aveva sfiorato il milione di tonnellate mensili, era scesa a 720.000 tonnellate nel secondo semestre del 1916 e si mantenne attorno alle 420.000 tonnellate per tutto il 1917.
Per ovviare alle difficoltà inflitte alla popolazione e alle industrie, fu intensificata l’estrazione nazionale di lignite a basso potere calorifico e ridotta l’erogazione di gas nelle città.
Le cattive informazioni dei giornali del tempo, che descrivevano il soldato in trincea pasciuto e poco combattente, accrebbero il divario fra la popolazione civile e quella combattente.
Tra il 1916 e il 1917 si ebbero in Italia moltissime agitazioni contro la guerra.
L’industria dovette affrontare la chiamata alle armi di uomini presi anche dalle industrie, e per questo motivo vi fu ampio ricorso all’assunzione su larga scala di giovani non ancora in età di leva, ragazzi e donne (circa 180.000). La manodopera negli stabilimenti fu sottoposta a un pesante regime disciplinare o addirittura militarizzata, con la sospensione di tutte le conquiste sindacali (a cominciare dal diritto allo sciopero).
Le agitazioni italiane durante tutto il conflitto furono comunque decisamente minori rispetto a quelle avvenute negli altri paesi in conflitto.
La donna dei primi del novecento era ancora relegata a un ruolo marginale, ancora lontana dal concepire il diritto di voto; pur tuttavia si assisté a una variegata tipologia di emancipazione femminile in Italia, come in tutti i paesi coinvolti nel conflitto.
Nuove figure furono la donna tranviera, la portalettere, telefonista, impiegata e soprattutto la donna operaia. Il contributo delle donne allo sforzo bellico crebbe mano a mano che si manifestò la penuria di uomini: tra le 180.000 e le 200.000 donne furono impiegate nelle industrie di guerra, mentre altre centinaia di migliaia sostituirono gli uomini in altre attività e persino nei distretti militari, come scritturali, dattilografe e archiviste.
Ma la figura femminile divenne anche fondamentale per rassicurare e rinforzare lo spirito degli uomini che combattevano in trincea. Nacque una figura diversa dalla crocerossina: la “madrina di guerra”. A differenza della crocerossina che si assisteva anche al fronte il ferito con cure e parole di conforto, la madrina basava la sua attività di assistenza corrispondendo con i soldati.

L’economia di guerra
Nel 1914 l’Italia era ancora un paese semi-industrializzato. Nonostante questo però, durante il conflitto riuscì a sopperire alle enormi richieste di armamenti e munizioni dell’esercito grazie all’organizzazione e alla mobilitazione industriale, e soprattutto grazie all’apporto di materie prime e risorse finanziarie concesse dagli Alleati e alla relativa semplicità dei processi tecnologici di inizio novecento.
Gli stabilimenti industriali coinvolti passarono da 125 nel 1915 con 115.000 operai, a 1976 nel 1918 con oltre 900.000 operai, concentrati prevalentemente in Lombardia, Piemonte, Liguria e nella zona di Napoli.
La guerra rappresentò quindi una colossale occasione di sviluppo per buona parte dell’industria italiana e degli industriali come benemeriti per la patria, aumentando ancor di più la posizione di potere in cui si trovarono nel dopoguerra.

Conseguenze
Lo scenario che si formò nell’Italia della guerra è una delle cause del disagio postbellico.
Finita l’emergenza, col ritorno degli uomini le donne dovettero lasciare il lavoro e rientrare in famiglia, questo comportò una diminuzione dei redditi familiari.
I ritorno dei reduci dal fronte provocò non pochi problemi di riadattamento, la vittoria mutilata lascio tutti insoddisfatti, ci furono centinaia di migliaia di casi di problemi psichici dovuti a shock da bombardamento che non ricevettero cure adeguate e costituirono un costo per lo Stato. Molti furono i feriti e i menomati ai quali si dovete dare un sussidio.
Anche se un certo revisionismo storico recente ne ha minimizzato gli effetti, il pericolo comunista fu molto temuto e questa fu la ragione per cui il fascismo riuscì a guadagnar larghi consensi. Le settimane rosse nelle campagne, l’occupazione delle fabbriche allora furono viste come il “pericolo socialista”.
Queste le ragioni alle basi del consenso che in 3 anni portò il fascismo al potere.
Dopo iniziò un avventura durata 21 anni che portò l’Italia a credere di essere una nazione forte. L’errore di Caporetto non insegnò nulla. Ma questa è un’altra storia.

La collana non commemorerà la guerra, ma gli uomini che l’hanno combattuta.
Erano in buona fede, credevano in una entità superiore: la Patria
Comunque andarono, combatterono, morirono o furono storpiati per sempre.
Subirono, questa è la parola esatta. E subirono ancora dopo, senza aver modo di far sentire la loro voce.
Tornarono feriti o mutilati, reduci forse ancora sani nel corpo ma con un profondo desiderio di quiete, tanto auspicato per se stessi una volta lasciatisi alle spalle i campi di battaglia.

I silenziosi umili combattenti sono i veri eroi che in queste serate vogliamo ricordare.
In loro memoria è nata la collana che ieri abbiamo raccontato e che ancora oggi e domani ci vedrà impegnati a rappresentare, per i volumi già pubblicati.

Erberto Accinni

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.