C’era una volta: Milano

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Ma c’era anche la Milano del sole. Ad aprile gli alberi erano germogliati e le giornate si allungavano. Domenico ed io giocavamo al parco o con la bicicletta in piazza Sant’Agostino, su quella enorme spianata che il martedì e il sabato diventava un mercato.
A sei anni conoscevo poco della zona, la scuola di via Ariberto, la Chiesa di San Vittore, la piazza Sant’Ambrogio quando qualcuno mi ci portava e le vie attorno a casa. Dopo venne il periodo della comunione, dell’oratorio e anche quello del Collegio San Carlo, e le mie conoscenze si allargarono. Per un po’ ci accompagnò l’attendente del capitano Borrello, ma alla fine andammo da soli, Domenico ed io; avevamo otto anni e avevamo scuola mattino e pomeriggio.
Facendo un tratto di via San Vittore passavamo davanti a una cappella della Madonna, e Domenico, che si sentiva molto religioso, iniziava a pregare non appena svoltato l’angolo di via degli Olivetani, e smetteva quando arrivavamo in via Zenale. Invidiavo il suo fervore religioso; mi sforzavo di imitarlo ma non mi veniva bene: lo sapevo e me ne facevo una colpa.
Ancora oggi se penso alla fede, la mia mente va a quella cappella, ma la guardo dal sagrato della basilica di San Vittore, non mentre le passo sotto tentando di pregare con convinzione.

Le giornate si allungavano ad aprile; si avvicinava la fine della scuola e Milano pareva prendere colore; se torno indietro con la memoria mi pare di rivedere il verde e il blu. Verdi erano gli alberi in fondo alla via Numa Pompilio fra le sterpaglie di una casa diroccata, verdi quelli della villa all’angolo di via Olivetani e quelli di via San Vittore, e ancora verdi quelli del parco Solari.
Verso sera, oltre le finestre aperte della cucina vedevo le rondini sopra i tetti delle case, nel cielo azzurro. Prima di dormire, dalla finestra guardavo viale Papiniano: l’aria era limpida, la sera dolce e tutto pareva di un blu intenso, tranquillizzante e quieto.
Poi veniva giugno, e allora quel tutto pareva color del sole: giallo, caldo e intenso. Le donne portavano abiti leggeri e smanicati, gli uomini vestivano di lino e di cotone ed erano colori chiari, luminosi, vivi; smentivano la credenza diffusa che Milano fosse una città triste. Viale Papiniano si vestiva di estate e a volte era come il cielo: una larga via; altre volte brillava sotto la pioggia estiva e le nuvole bianche. I rami degli alberi si piegavano scossi dal vento, e cadeva ancora più acqua sul suolo, formando pozzanghere vicino al cordolo dei marciapiedi.

Dall’inizio della scuola quella diventò per sempre la mia Milano. Andavo sempre meno a casa della nonna, e soltanto d’estate. Mi muovevo da solo: prendevo il tram e la nonna mi aspettava alla fermata.
Veniva tutti giorni da noi e se ne andava verso sera, come sempre ma non più con me. Mi stringeva il cuore vederla andar via; volevo che si fermasse con noi a dormire, poiché non potevo più andare io con lei. Prometteva di tornare l’indomani, ma non era la stessa cosa. Con lei parlavo tanto, mi raccontava le favole e poi la sua passione per le opere, che conosceva a memoria. Da giovane, appena sposata, il nonno la portava a teatro. La sua preferita era “Il Trovatore”.
Sapeva raccontare bene. Il giorno del suo matrimonio, il fratello – in chiesa – le aveva cantato l’Ave Maria accompagnato dall’organo. Aveva una bella voce e l’avevano convocato alla Scala per un provino, ma il mio bisnonno non aveva voluto: i suoi figli dovevano continuare la sua attività e non dipendere da nessuno.
Ora era sola nella casa di Corso Como, così aveva preso una donna con sé, una signora pallida, abbandonata dal marito, sempre triste e con la sigaretta in bocca. Stette un po’, poi se ne andò. Alla nonna non piaceva il suo intercalare: diceva “Cristo!” quando si arrabbiava, e la nonna la riprendeva. Alla fine se ne andò e la nonna riprovò con un’altra che fece la stessa fine, e lei decise di vivere sola.
Crescevo, in via Numa Pompilio, ma provavo un desiderio di libertà che a casa della nonna non sentivo. Là ero libero, non occorreva desiderare di esserlo.
Il mio tempo fu preso da altri interessi legati alla crescita: fu il tempo dei compagni, delle compagne; di Milano che aveva altri quartieri che imparavo a conoscere. Di quel tempo non ricordo i colori ma le persone conosciute, i sogni, i desideri.
Avevo sedici anni quando dormii per l’ultima volta in Corso Como. Era maggio e i miei se ne erano andati via per qualche giorno a cercare una casa da affittare per le vacanze estive. Dormii in quella casa, ma non più nel letto con la nonna. Mi diede la stanza vicina, dove erano stati i miei genitori appena sposati e dove ancora c’era il grande letto matrimoniale. Per andare a scuola prendevo il tram.
Una domenica pomeriggio decisi di andare al cinema in via Torino con i miei amici. Glielo dissi e sorrise contenta. Soltanto un velo di tristezza le oscurò gli occhi, per un momento. Forse desiderava stare con me, ma non lo disse; lo capii, ed ero troppo giovane per rinunciare all’appuntamento. Mi lasciò una vena di tristezza che riprovo ancora oggi.
Morì due anni dopo. Era sola in casa, ebbe un malore e cadde. Picchiò la tempia contro un mobile e restò a terra. Non vedendola arrivare mia madre si allarmò, telefonò ma inutilmente. Alla fine decise di andare da lei. La trovò a terra; non parlava, e muoveva soltanto un poco le braccia.
In ospedale durò qualche giorno ancora, forse una ventina o forse meno; non lo ricordo più. Le parlavo ma non rispondeva; a tratti pareva sorridere, ma forse lo immaginavo perché lo volevo. Non c’ero quando morì, un pomeriggio.
Non provai dolore. La misero in una bara e la trasportarono nel bresciano, da dove era partita da sposata con mio nonno. Era la fine di novembre e nella chiesa fredda ci fu una funzione gelida, e sobria. In fondo alla Chiesa, un uomo anziano avvolto in un tabarro grigio ogni tanto si passava la mano sugli occhi. Non ho saputo chi fosse; non parlò con nessuno e nessuno gli parlò. Sul sagrato mise un cappello sformato in testa e se ne andò.

Dopo, tante cose furono diverse.
Cambiai io, cambiò Milano, cambiò qualche altra cosa della mia vita; tempo dopo andai in Corso Como. La casa della nonna era stata presa in affitto dalla custode, che volle farmi vedere come l’aveva trasformata.
Non tornai più fino a qualche anno fa, e non era più il mio Corso Como. Del resto, nemmeno Milano è più la mia Milano. I luoghi della mia giovinezza sono finiti, sepolti sotto la vita che continua, ed è giusto così: se niente cambiasse, tutti avrebbero gli stessi ricordi.
Ma qui mi fermo, perché la nostalgia a volte si fa sentire. Se penso alla nonna, la vedo come nella fotografia mentre mi teneva per mano, e sento una cosa che non voglio spiegare. Credo sia quello che non provai allora.

Erberto Accinni

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