Considerazioni su “Il mestiere di genitori – Perché non sopportiamo il dolore dei nostri figli” di Orsola Riva pubblicato dal Corriere della Sera il 23 gennaio 2017.

( foto da internet)

La risposta all’articolo si divide in due parti: nella prima ci sono le considerazioni di un genitore single, nella seconda le mie considerazioni sull’articolo in questione.

Sono un genitore single dal 1994. Il padre dei miei figli ha deciso di lasciarmi. I motivi non sto a dirli in quanto non interessano nessuno, ma con me ha lasciato anche i suoi figli di 7 anni e di 13, e da allora è sempre stato latitante nei loro confronti.
Negli anni ‘90, in sede di separazione/divorzio, i figli erano affidati prevalentemente alla madre, e il padre se ne guardava bene di richiedere aiuto a psicologi o altri professionisti; il mio ex non ha mai fatto proposte per accollarsi le responsabilità conseguenti la separazione. Se non ricordo male mi apostrofava dicendomi “metti avanti sempre i figli” quando cercavo di fargli capire che c’erano e che avevano i loro bisogni.
Oggi c’è l’affido congiunto ma i problemi non sono diversi. I figli sono contesi e sono pacchi postali che viaggiano continuamente: il fine settimana, durante le vacanze natalizie, pasquali, estive e tutti gli altri giorni di festività.
I primi tempi ero disperata e mi sono avvalsa del supporto psicologico. Col passar del tempo mi rendevo conto che le cose non funzionavano e che le sedute, per quanto importanti come sfogo personale, mi facevano perdere tempo e non davano i risultati sperati.
Mi sono perciò rimboccata le maniche e ho continuato la mia vita cercando di leccarmi le ferite come potevo. Avevo due bambini e dovevo dar loro delle sicurezze che io stessa “pensavo” di non avere più.
Decisi di dire ai miei figli che le risorse economiche erano variate e che avremmo dovuto dare delle priorità alle nostre spese. A loro non è mancato nulla, ma a differenza di altri ragazzi ho vincolato alle loro richieste dei traguardi da raggiungere.
Ogni volta che facevo delle scelte, anche per il loro futuro, le discutevo e motivavo con loro. Per anni sono stata come una vedova.
Condivido con l’autrice dell’articolo che “fare i genitori è difficile”; i figli però “vogliono” genitori consapevoli, sereni, affidabili. Nella società attuale i genitori non sempre rispondono con fermezza ai loro figli perché hanno paura di dire “no”; sono piuttosto deboli e insicuri nei rapporti, specie nell’insegnamento dei doveri. La famiglia è la prima cellula della società. In età prescolare è in quel nucleo che il bambino apprende; è in quel nucleo che impara a entrare nella vita.
Non ho mai chiamato “amore” i miei figli. Voglio loro molto bene, darei la mia vita per loro, ma è giusto che una madre baci sulla bocca il proprio figlio? Provo i brividi al solo pensiero. Eppure le madri di oggi sono orgogliose di baciare i figli sulla bocca. Molte asseriscono: “Io sono innamorata, io adoro mio figlio”. E io? non amo i miei figli, allora? L’innamoramento però lo riservo a un uomo adulto col quale condividere la vita coniugale.
Evitiamo le confusioni di manifestazione dei sentimenti, per favore!
Ritengo sia ora di dire basta a queste assurdità. I figli sono un “pezzo” di noi, magari “pezz’e core”, ma distinti e con una loro vita, e non ci appartengono.
Il ruolo dei genitori, a mio avviso, è quello di essere come le stelle degli hotel… rappresentano l’esperienza, la cultura, l’origine. Non rappresentano il faraglione cui si aggrappa la cozza, che una volta staccata è destinata a morire.
I figli, una volta staccati dai genitori e dopo che i genitori hanno metabolizzato il dovere di lasciarli andare, finalmente affrontano la vita e si immergono nelle “loro” esperienze.
Basta con l’attribuire alla psicologia il ruolo risolutore di tutte le situazioni. Io sono cresciuta senza alcun psicologo che facesse da guida spirituale; seppur con molti errori ho sempre fatto appello al coraggio imparato in famiglia e trasmessomi come patrimonio genetico.
I miei genitori mi hanno cresciuta col buon senso: autorevole mio padre, più accondiscendente mia madre; con valori morali veri e anche un paio di “sberle”, che per alcuni sono sbagliatissime ma che io ritengo utilissime, al bisogno. Se esageravamo si coalizzavano, e verso noi figli erano muri compatti.
I ragazzi di oggi non hanno alcun riscontro ai “no” dei genitori; sono strumenti in mano alla pubblicità. E i genitori non sono in grado di dire no ai figli, perché temono di farli sentire inferiori agli altri.
Oggi il padre dice una cosa, la madre un’altra: i figli di conseguenza non prendono in considerazione né l’uno né l’altro. Hanno tutto facilmente, troppo facilmente, e lo pretendono dall’oggi al domani. Ci sono ragazzi che a 21 anni ancora non hanno un diploma!
E mi fermo per non essere troppo critica.

 

Cari lettori,
L’articolo del Corriere della Sera (che invito a leggere)evidenzia che i ragazzi di oggi sono diversi perché la società è diversa. È un’affermazione ovvia, come quella che ai nostri figli, nati in un mondo tecnologico, compriamo giochi e giocattoli tecnologicamente superati dopo poche settimane.
La conseguenza è che hanno tra le mani sempre cose vecchie
Ogni società ha un rovescio della medaglia. Per la società odierna il problema è la continua e veloce evoluzione: ma chi ha stabilito che il bambino di 5 anni debba avere il cellulare e il computer? A soli 16 anni ne hanno due o tre come se fossero dei manager di Multinazionali.
Forse è la nostra ambizione di volerli migliori?
Migliori di chi? Oggi c’è una forte competizione tra le famiglie. Tutti devono avere quello che hanno i vicini, gli amici, i parenti.
Migliori in cosa, giacché con i computer tutto fanno meno che approfondimenti utili alla loro istruzione?
Cari genitori, ormai si è perso il senso della misura. Le conseguenze del superamento dei limiti sono: figli insoddisfatti di quello che senza fatica ottengono senza comprenderne nemmeno il valore venale, violenti con se stessi e gli altri, ed è in aumento il numero di omicidi commessi da figli irresponsabili.
Cerchiamo di riconsiderare le cose. Ci può essere competizione quando esiste una differenza di reddito?
Nelle società vi è sempre stata differenza di reddito. Oggi si chiama così, una volta si parlava di ricchezza e povertà.
È vero, tutti hanno diritto ad aspirare al meglio dalla vita, ma è opportuno tornare nell’ottica che si possono avere soltanto le cose che economicamente si è in grado di acquistare, non tutto quello che altri hanno. Indebitarsi per acquistare la playstation nuova è assurdo! Ai miei tempi si facevano debiti soltanto per il mutuo della casa! Questo è il buonsenso dal quale la modernità vorrebbe farci abdicare. Oggi si chiedono finanziamenti per fare le vacanze!
Se Keynes non avesse teorizzato il “deficit spending”, oggi non avremmo il disavanzo pubblico e le famiglie andrebbero a pareggio di bilancio. Non ci sarebbe la sovrapproduzione con il conseguente spreco generalizzato della nostra società, che da solo riuscirebbe a sfamare tutti gli uomini della terra.
Ci vogliamo rendere conto che la Legge di Say nessuno mai l’ha condivisa? Non è l’offerta che crea la domanda ma è invece vero il contrario?
Quando ero giovane non c’era la “paghetta”; oggi i figli hanno la “paghetta settimanale”. Per quali bisogni, visto che sono a totale carico dei genitori? Devono andare al bar a prendere il caffè, scimmiottando gli adulti?
E in cambio cosa chiedono i genitori? Nulla! Anzi aspettano che il loro “bambino” abbia terminato il livello del videogioco per iniziare a cenare!
Forse è qui l’errore. Nel do ut des che non è più praticato, c’è solo il “do”.
I genitori hanno perso il ruolo di educatori per trasformarsi in benefattori. Dovrebbero assicurare la continuità tra il vecchio e il nuovo; sono invece i figli che con critiche esacerbate, dettate da un egoismo che nessuno insegna loro a contenere, pretendono di riprendere i genitori mettendone in discussione le esperienze, chiamandoli vecchi e ignorando la loro autorità. Sì, stiamo parlando di autorità seppur nella sua esplicitazione di autorevolezza; ma perché nella famiglia esiste una gerarchia, anche se nessuno la rispetta.

Ho tratto da osservazioni reali che la famiglia “è stata” un punto di riferimento, e che lo “è ancora” per tutti quei ragazzi che non hanno i genitori separati.
Fra i figli di separati si è ingenerata la convinzione che tutto finisce, anche l’amore fra le persone; e con la fine dell’amore è terminato anche il “ruolo” di genitore, avendo lasciato la casa. E avendoli destituiti dell’autorità tutelare, iniziano per i figli le difficoltà a relazionarsi con loro.
Il genitore che li cresce ha poca considerazione perché è la parte della coppia rimasta monca, e quindi ha perso la sua autorità; anche se è presente col denaro e soddisfa i loro bisogni materiali, non riesce più a soddisfare quelli prettamente appartenenti alla famiglia.
Pensate al dramma del bambino/ragazzo quando deve comunicare ai suoi amichetti che il papà non vive più con loro, e magari ha una fidanzata! Il suo papà è ridiventato un adolescente come loro.
L’anno scorso ero in vacanza a Cattolica, in albergo. Ero scesa a fare colazione e nella saletta c’era una coppia relativamente giovane e un bambino piuttosto grassottello, di circa 10 anni. Mi sono avvicinata al banco per prendere le brioches e lui era là. Ho espresso il mio rammarico per non aver trovato la torta del giorno precedente, perché era veramente buona e il bambino mi ha risposto che il resto della torta del giorno prima l’aveva mangiato la “fidanzata del mio papà”. Mi ha spiegato che erano lì per festeggiare il compleanno del padre.
Povero bambino! Mi son chiesta quale sarebbe stato in futuro il suo ricordo di quella giornata particolare di festa: che le attenzioni del padre erano per la fidanzata?
Ho parlato della fidanzata del padre, ma è chiaro che il discorso vale anche per il fidanzato della madre.
Mi sento retrograda, ma non sono desiderosa di tornare nel passato. Ho votato il divorzio.
Mi aspettavo che la legge fosse più circoscritta a casi in cui le persone o le situazioni fossero di intollerabilità 100 su 100. Nel tempo si rovinano tutte le cose, e il divorzio diventa non uno strumento riparatore ma un mezzo per sgrullarsi di dosso la responsabilità della famiglia, della moglie o del marito, dei figli.
Vorrei ritornare al tempo in cui la famiglia era un valore: i figli avevano i punti di riferimento, i genitori erano un fronte compatto; non ho detto si amavano!
Possibile che l’uomo abbia permesso al progresso di spazzare via il sentimento e lasciar prevalere egoismi, violenze e accanimento continuo contro cose e persone?
Possibile che l’uomo abbia permesso alle sue passioni di soffocare i sentimenti più profondi: l’amore, l’altruismo, la comprensione, la compassione?
Sono sentimenti rimasti soltanto per gli extracomunitari? Dove sono finiti? Se ci sono ancora, allora devono essere risistemate le pedine della dama.

Vogliamo fare qualcosa per cambiare veramente?
Ripartiamo dalle scuole! Si dice così no?
Scarichiamo sempre la responsabilità sugli altri!
Infatti sono stati gli insegnanti che han detto ai genitori di separarsi, trovarsi altri fidanzate/i, e comprarsi il rispetto dei figli a suon di playstation e cellulari nuovi!
Così, con noi insegnanti vengono a parlare i genitori che non convivono con i figli e che, non sapendo cosa dire, si giustificano dicendo: “purtroppo io non vivo con mio figlio… vive con la madre; riferirò però quello che lei mi sta dicendo di…”
Poveri ragazzi. Come pretendere che cambino atteggiamento se i genitori sono più infantili di loro?
Ripartiamo invece allora da noi! Guardiamoci dentro; per correggere certi atteggiamenti defatigatori, per spronarli verso il fare e non verso  l’indolenza guardiamo i nostri figli e sforziamoci di vedere quello che loro vedono e non quello che fa comodo a noi vedere.
Sproniamoli a diventare soggetti attivi e forse potremo sperare nel cambiamento della società.
L’altro giorno due giovanotti, sui 19/20 anni, con dei dépliant di non so quale associazione, mi hanno fermata per strada e mi hanno chiesto di fare loro un’offerta per non so quale buona causa. Non erano i primi a fermarmi quel giorno. Allora ho loro risposto in un modo diverso. Ho invitato i ragazzi a fare qualcosa, loro stessi, per l’associazione. Ho loro replicato che chiedere soldi agli altri e fare da tramite non è la sola cosa che si può fare. Li ho invitati a lavorare e a donare parte delle loro paghe o mance.
Sono rimasti attoniti. Li ho salutati e lasciati a riflettere.
Oggi viviamo in una società che demanda e comanda agli altri di fare, di dire.
Ritengo valga la pena di riflettere sugli argomenti trattati, che non hanno l’arroganza di essere considerati degli insegnamenti o addirittura degli oracoli ma soltanto spunti, da cui ripartire per fare delle ulteriori analisi e riflessioni. Grazie.

Luciana E.

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