C’era una volta: la sobrietà

corriere

Da sempre il Corriere della Sera è la mia fonte di informazione. Papà lo portava a casa e dopo averlo letto lo appoggiava là, forse proprio perché lo leggessi.
Cresciuto, lo compravo prima di entrare in ufficio, leggendolo quando avevo tempo. Ora lo leggo su internet.
Stamattina un articoletto ha attratto la mia attenzione: la scrittrice Francesca Barra lamenta di essere stata insultata pesantemente per aver difeso i rom su Facebook.
Letto l’articolo, ho effettivamente verificato che gli insulti sono brutali più che pesanti.
Premesso che non la conosco (sono andato su Wikipedia a leggere il suo profilo), sono rimasto un po’ sorpreso dal suo modo di scrivere. Da qualche tempo, rilevo che gli articoli di molti giornalisti sono scritti con ortografia piuttosto discutibile, quasi volessero riportare per iscritto il modo di esprimersi orale. Ad esempio: per porre l’accento su quanto espresso nella frase, la si chiude con il punto e si comincia la precisazione con la maiuscola (cito: I reati spesso non sono commessi da chi consideriamo l’uomo nero. Dal presunto e facile colpevole.).
Un tempo, a scuola si insegnava che una frase deve essere composta da soggetto, predicato e a seguire anche se non obbligatori i vari complementi. La frase in argomento, dopo “l’uomo nero” deve essere seguita da : e la successiva deve cominciare con la d minuscola, proprio perché non ha il predicato e nemmeno il soggetto.
Non so perché, ma questo modo di scrivere mi infastidisce molto. Molti giornalisti hanno curricola chilometrici di studi e attività, però trascurano l’ortografia.
Detto questo, che è uno sfogo personale, torniamo all’articolo.
L’autrice lamenta che gli insulti non provengono da persone socialmente discutibili (come i rom che difende) ma da persone insospettabili, quali possono essere mamme “con la pic che immortala due teneri piedini di bimbo” e “ragazzi condividono fotografie di baci romantici”. La “pic” sarà forse la fotografia (picture)?
Seguono i commenti all’articolo, quasi tutti avversi alla difesa a spada tratta dei rom, con richieste di evitare i facili “buonismi” per i poveretti, e qualche critica sugli insulti: considerati sbagliati quanto difendere” comunità che languono nell’illegalità incontrollata”.
Che ne ricaviamo? Dico quello che mi ha colpito:
1) Sorprendersi, scoprendo che il vicino di casa è insospettabilmente razzista, pare equivalente ad ammettere di avere le fette di salame sugli occhi. Una giornalista – che è anche una inviata – non sta in mezzo alla gente tutto il giorno?
2) Sorprendersi, perché le persone hanno atteggiamenti pubblici apparentemente corretti e poi sfogano i loro rancori sui blog credendosi protetti dall’anonimato, è ancora una volta miope. Molte persone sono così: la crisi economica che non permette di spendere, il diffuso presupposto che tutti hanno “diritto” (non si sa bene a cosa), la possibilità di esprimersi “a ruota libera” senza essere redarguiti o puniti, fanno emergere il peggio. Un giornalista lo sa, non se ne deve sorprendere.
3) Minacciare di “chiudere le porte dei miei social per sempre”, dissuasa da un amico…
Perché mi sembra farisaico? Perché forse indipendentemente dall’amico non lo farà mai?
È una finestra che da una visibilità incredibile. Chi era che diceva: Parlate bene o parlate male, purché parliate di me?
(Sono andato a sbirciare nel suo blog. Comprendo lo sdegno che la spinge a chiuderlo e ne approfitto per segnale il blog dove scrivo io).

Altri pensierini mi vengono: il titolo dell’articolo, per dirne uno, che copio e incollo pari pari anche nella punteggiatura che manca.
“La scrittrice difende i rom, 
la ricoprono di insulti sui social” Il racconto di Francesca Barra che è stata ricoperta di ingiurie per aver preso posizioni anti razziste
Non pare una presa di posizione “a prescindere” a favore dell’autrice dell’articolo?

Concludo: gli insulti non fanno piacere, ci mancherebbe; i giudizi trancianti poi piacciono ancor meno. Quelli usati dovrebbero essere denunciati alla polizia postale, cosicché “fra qualche anno” si possa avere giustizia, dopo che saranno successe altre migliaia di casi simili, che saranno troppi da giudicare.
Ma se grattiamo sotto sotto: oltre al solito, abusato e ricorrente disagio esistenziale di chi li scrive, non ci sarà anche qualche verità. Non ci sarà l’esasperazione per un disordine e una illegalità che sono ormai irreversibili, diffusi (e non più controllabili) e senza rimedio?
Non ci sarà un malessere causato dalla convivenza forzata con molti comportamenti sbagliati e non censurati, tra i quali – ultimo ma non meno importante – il bisogno “di crearsi visibilità a tutti i costi”?
E qui mi riferisco alle immagini “dolci” del figlio di Belen, citate dalla signora Barra, del quale “sai cosa ce ne importa”; ultimo tentativo di “captatio benevolentiae” per la sua causa.

La sobrietà che fine ha fatto?
Lo rammento a me stesso, a volte sepolcro imbiancato: chissà quanti prima di me hanno fatto queste considerazioni, senza avvertire il bisogno di scriverle…

Erberto Accinni

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