“Emergenza società moderna”

femminicidio

“Emergenza società moderna”

Mentre sono al computer e scrivo la programmazione di classe, mi giunge, in sottofondo, la voce del giornalista del telegiornale che legge le notizie e annuncia un altro Femminicidio:
“Perugia, uccide ex fidanzata e si uccide. Senza lei, mai”.
Cerco di ascoltare, la mia mente va altrove, tenta di fare l’elenco delle volte in cui, in questi ultimi tempi, ha sentito queste notizie così dolorose.
Mi domando perché avvengono questi orrori in una società che si definisce democratica, nella quale non esistono discriminazioni (almeno sulla carta) di alcun genere: di razza, di sesso, di condizioni economiche sociali, dove la
donna oggi ha, con molta fatica, occupato posti di manager, in politica, nella scienza, come pilota, nel design; nei quali la donna moderna ha conquistato definitivamente(!) l’indipendenza e l’emancipazione.
Ho sentito spesso, in questi ultimi tempi, attribuire la responsabilità della “crisi della famiglia” alle aspirazioni delle donne, e la subordinazione della donna al marito è considerata una garanzia per l’unità della famiglia, tanto che, rispetto a quello che ho prima affermato, si può tranquillamente dire il contrario, e cioè che nella società contemporanea, di fatto, l’eguaglianza sociale, economica e politica fra uomini e donne è ancora lontana.
Loredana Lipperini, giornalista e scrittrice, molto attiva nella difesa delle donne, asserisce, nel suo libro scritto insieme a Michela Murgia, che “le donne vengono uccise in quanto donne. La stragrande maggioranza delle donne morte per femminicidio sono donne abbandonanti, e chi le uccide è un compagno, un marito, un fidanzato abbandonato. Quello che non si accetta è la libertà della donna”.
Mi par di capire che c’è un evidente problema di cultura, le cui radici affondano nella religione, nella filosofia e perché no anche nella letteratura, nelle quali la donna è stata sempre considerata inferiore all’uomo, tanto da dover essere comandata, educata e da sottomettere. Non voglio neanche dover menzionare poi la violenza di un padre sulla propria figlia; non esistono parole per esternare il sentimento che consegue alla notizia di uno stupro da parte di un famigliare su una minore!
Un uomo che subisce la separazione e poi il divorzio, è un uomo che non vuole rassegnarsi, un uomo che chiede vendetta, la deve far pagare in qualche modo alla moglie o alle figlie che hanno avuto il coraggio di andarlo a denunciare. È un uomo che ha perso l’oggetto che possedeva, che è colpito, secondo il suo modo di pensare, nell’onore; e la difesa dell’onore chiede sangue. Si tratta di un uomo che, con “l’uccisione del femminile”, manifesta con l’unica modalità che conosce la sua fragilità negata. Una relazione amorosa che non ha saputo portare avanti, una sorta di giustificazione che deve dare alla società per non essere trattato come uno “smidollato”.
“Il femminicidio è un problema dell’uomo”, ho letto su uno striscione posto sulla porta principale della Camera del Lavoro di Milano: l’ho trovato vero e ho condiviso subito l’affermazione. L’uomo di oggi si sente frustrato, perché la donna aspira a essere autonoma e a non farsi più sottomettere.” Spesso, afferma il Presidente della Camera Boldrini, dai titoli dei giornali si legge che il femminicidio ha alla base del reato un “raptus” omicida. Scorrendo l’articolo si comprende quanto però il gesto non sia originato da un raptus omicida ma sia commesso con lucida premeditazione. “Dunque il più delle volte sarebbe meglio parlare di assassinii premeditati, e omissioni da parte di chi avrebbe potuto e dovuto tutelare le vittime”.
Sono d’accordo con quanto asserito dall’ On. Boldrini; vorrei però spostare l’attenzione dai giornali alle fiction televisive: molti delitti commessi realmente sono ispirati dalle scene delle fiction. Non è il caso di passare in via definitiva a una comunicazione più sobria; di non incentivare morbose farneticazioni mentali che, come si può notare dall’emergenza, sono anche troppo sviluppate in chi commette il reato?
Il femminicidio purtroppo non è solo un fenomeno italiano, ma di tutto il mondo… In India il sesso del nascituro viene visto attraverso l’ecografia fatta alla donna incinta: se è femmina si procede all’aborto indipendentemente dalla volontà della donna; se è maschio, la gravidanza è portata a termine. Il fenomeno è chiamato feticidio femminile: la percentuale nazionale di “soppressioni” è del 96%. In India, le femmine sono un problema perché la famiglia le deve mantenere fino al matrimonio, fornir loro la dote, mentre i maschi lavorano, anche se minorenni.
Cosa fanno le istituzioni italiane a proposito del femminicidio?
In Italia l’emergenza è stata affrontata dal Governo l’11 aprile del 2011, data in cui ha ratificato la “Convenzione di Istanbul e Media”, la cui la finalità è “prevenire e contrastare la violenza intra-familiare e altre specifiche forme di violenza contro le donne, di proteggere e fornire sostegno alle vittime di questa violenza nonché di perseguire gli autori”. Per poter essere attiva e vincolante ha bisogno di essere ratificata almeno da dieci Stati (i primi cinque sono Albania, Montenegro, Portogallo, Turchia, e dal 16 luglio 2013 anche l’Italia), altrimenti tutto quello che ha previsto resterà lettera morta, appunti su carta, un alibi per le coscienze. Per combattere la violenza sulle donne e domestica, riconosce che il raggiungimento dell’uguaglianza è un elemento importantissimo per prevenire, contenere e autoregolamentarsi.
La Convenzione richiede una fitta ed estesa rete territoriale di sostegno alle donne, e un cambia mento culturale di base, senza il quale le leggi rimarranno inapplicate. Il governo italiano è intervenuto nell’agosto scorso con un decreto contro il femminicidio. La legge, oltre agli obiettivi di prevenzione contro la violenza di genere, prevede l’allontamento del coniuge violento e l’impedimento di avvicinarsi ai luoghi domestici. La vittima dovrà essere costantemente informata, soprattutto della scarcerazione dell’autore della violenza. Il decreto, inoltre, rende irrevocabile la querela, se non per i casi meno gravi; per renderla revocabile, la donna, dovrà affrontare altro processo, dinanzi ad altro giudice, ripetere l’accaduto subendo, così, altra umiliazione. Ne conseguirà, ritengo, una diminuzione delle denunce.
Sul decreto, ci sono molti dissensi, io auspico un cambiamento concreto e positivo: non voglio dover pensare che le donne siano state, ancora una volta imbavagliate, private delle loro autonomia economica , dell’ indipendenza, e ridimensionate al ruolo che da sempre l’uomo le ha voluto attribuire: l’angelo del focolare domestico.

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